Gemina Arbor

GEMINA ARBOR

Gemina Arbor

Viaggio metamorfico tra mutazioni e ibridazioni

di Caterina Salvagno

 “L’artista deve penetrare nel mistero delle cose, non accontentarsi della loro apparenza.”

— Antoni Tàpies

Gemina Arbor è un viaggio allegorico in cui l’artista non offre risposte, ma pone domande. Non mostra un mondo: ci invita a entrarvi, a vedere oltre. Ci chiede di attraversare l’oscuro, la meraviglia, la vertigine, per giungere a una visione in ascesa — un’anabasi silenziosa tra simboli e soglie — dove l’immagine diventa cammino dell’anima, aprendosi a una percezione più ampia, profonda, autentica.

Tra le opere generate, Alessandro Boscolo Agostini si fa stratega di metamorfosi e ibridazioni, dando forma a figure, paesaggi e segni che si intrecciano, si scrutano, alterano e lacerano la Natura Matrigna, fino a fonderla in un corpo unico. Nel suo gesto fotografico, il soggetto si distorce come un linguaggio rimasto a lungo silente nella mente dell’osservatore. Quando l’immagine viene duplicata, contrapposta, associata a sé stessa, la nebbia si dirada: la comprensione si attiva, diventando esecutrice dell’immaginario dell’artista e generando un viaggio visivo ed evocativo. Ogni scatto è atto di dolore e rivelazione, ferita che genera visione.

“Ogni artista è un alchimista. Trasforma il dolore in bellezza.”

— Anselm Kiefer

In questo contesto, la composizione dialoga con la realtà e l’occhio dell’osservatore lotta tra ciò che conosce e ciò che l’inconscio gli suggerisce. Sguardo dopo sguardo, si rivela un percorso interiore che attraversa inferni personali, purgatori di memoria e paradisi di luce rarefatta. Non è un caso che molte delle opere sembrino sospese tra mondi: portali tra visibile e invisibile, tra materia e spirito.

Per comprendere appieno la struttura del dialogo arboriano, è necessario inoltrarsi nell’analogia con il Dante esoterico: il viaggio ultraterreno del Poeta è una trasformazione alchemica dell’anima — dal piombo dell’ignoranza all’oro della conoscenza. Così, nelle opere di Alessandro Boscolo Agostini, l’arborea visione attraversa una trasmutazione visiva, dove il segno si fa spirito e la forma si dissolve in luce.

I suoi lottatori aggrovigliati, corpi che si fondono in una massa pulsante, evocano il conflitto primordiale tra istinto e pensiero, tra caos e ordine. Le architetture si piegano, i corpi si smaterializzano, le mappe si aprono come mandala cosmici, rivelando un ordine nascosto. È in quel momento che l’immagine dialoga con la realtà, la trasforma, la interroga, le pone domande.

È un percorso in cui emerge la Gemina Arbor, l’albero doppio, simbolo antico di ascensione duale: radici che affondano nell’inconscio e rami che si protendono verso il divino. È la radice del discernimento e dell’unione degli opposti, che Dante contempla nel Paradiso come immagine della sapienza divina. Qui, la Gemina Arbor si manifesta come struttura invisibile ma percepibile, asse del mondo. A volte il fruitore la coglie, solo quando l’artista decide di svelare il suo gioco: un principio di equilibrio tra luce e ombra, tra caos e armonia.

La fotografia esplicativa, esteriore, è incompatibile con questa rivelazione. Qui, la qualità non è solo tecnica, ma rituale: nasce dalla tensione tra l’obiettivo e la visione mentale, tra ciò che si mostra e ciò che si cela. Ogni ramo è un fascio di significati divergenti, che convergono in un unico punto di tensione. Non esiste una forma unica, ma una molteplicità segreta, da estrarre come da un involucro che la protegge e la nasconde.

Come Virgilio e Beatrice ci hanno accompagnato nel percorso di purificazione dantesca — dalla selva oscura fino alla visione ordinatrice — la Gemina Arbor, questa natura bifronte, ci conduce tra inferi monocromatici, estetici e spirituali, fino all’estasi del divino. Ed è qui che il colore, quando presente, vibra come eco dell’anima, sublimazione del bianco e nero, risonanza dell’inconscio. Le linee si intrecciano come versi, i pieni e i vuoti si alternano come evocazioni.

“Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia.”

Carl Gustav Jung

Analogo al viaggio junghiano, ogni epifania prodotta è un canto visivo, un frammento di poema muto che parla direttamente alla psiche immaginifica, dilatandola, impedendo al fruitore di percepire la fine. Ed è proprio questa che giunge inattesa, fulminea, e si mostra come un nuovo inizio. L’azzurro dilaga, la luce invade l’opera. L’arte della parola, qui, distorce ancora una volta il volto, ne lacera la maschera, dispiega la pace interiore — ed è da questa lacerazione che si arriva alla verità: Gemina Arbor permette di entrare nell’animo di Alessandro Boscolo Agostini, rivelandone le volontà spirituali: la penombra grigio-azzurra da cui tutto prende forma nel viaggio conclusivo è il gocciolare del tempo, la misura originaria della natura da lui percepita e in cui  l’individuo affronta le proprie ombre, paure, traumi e contenuti repressi.

Non conosciamo a fondo il processo di creazione, ma ne percepiamo la vibrazione, la forza, la presenza. È un viaggio che non si può spiegare, ma solo sentire nel palpito arterioso della visione interiore.